COPPA PLUS 2026
LA "SFIDA DEI CAMPIONI" E' UN CROLLO VERTICALE
LA “SFIDA DEI CAMPIONI”
ASD SANTO – OSA Calcio 1924 SPIRITO 1 – 7
Oratorio S.Filippo Neri, sabato 11 aprile, ore 17.00
Raccontare una vittoria è semplice, quasi naturale. Le parole scorrono, le emozioni trascinano, i dettagli si incastrano da soli. Raccontare una sconfitta così pesante, invece, è sempre complicato. Ma noi non ci tiriamo indietro, perché anche nelle cadute c’è una storia da raccontare, e questa SantoS merita che venga raccontata fino in fondo. Perché è proprio nelle notti più dure che si misura la tempra di una squadra, è lì che si vede chi ha davvero il coraggio di guardare la realtà negli occhi e trasformarla in un punto di ripartenza. E allora sì, questa è una cronaca difficile, amara, ma è anche il primo mattone di ciò che verrà dopo.
La seconda giornata del Girone C di Coppa Plus si presentava come la partita delle partite: la vincitrice della Coppa Plus 2025 contro la regina dei Regionali, una sorta di Supercoppa non dichiarata, ribattezzata alla vigilia “Sfida dei Campioni”. Nel pre-partita, poco fuori dagli spogliatoi, si respirava un clima di rispetto e tensione buona, con complimenti reciproci e quella frase del mister ospite che ora sembra scolpita nella pietra: «Questa, secondo me, è una finale anticipata». L’OSA Calcio 1924 arrivava con la fame di chi vuole riscrivere un finale amaro; la SantoS con l’orgoglio di chi quella coppa l’ha sollevata. Ma oggi si riparte dallo 0-0, e in palio c’è il primo posto del girone.
UN AVVIO ILLUSORIO
Il fischio d’inizio non è solo un suono: è un’esplosione. La SantoS parte come una squadra che ha fame, che ha dentro ancora il sapore della coppa alzata un anno fa. Aggredisce, morde, corre. Nei primi quattro minuti sembra voler riscrivere la partita prima ancora che inizi davvero: Viktor vede il taglio di Edoardo e lo lancia nello spazio, un pallonetto coraggioso che per un attimo sospende il respiro di tutti; poi Andrea, con la calma dei capitani veri, disegna un cross che trova la fronte di Matteo, gesto pulito, elegante, solo un po’ troppo leggero per far male.
L’OSA risponde con un diagonale velenoso, e Samuele ci mette i piedi, quasi a dire: “Ci sono anch’io”. La partita vibra, pulsa, è viva. Martino inventa due palloni per Edoardo, Capoferro prova una conclusione che è metà tiro e metà intuizione. È calcio vero, di quelli che senti nelle ossa, con le due squadre che si affrontano a viso aperto, senza paura, senza tatticismi, come se fosse davvero quella “finale anticipata” annunciata alla vigilia.
CALA LA NOTTE SULLA SANTOS ARENA
E poi, al 13’, arriva il momento che incrina tutto. Una punizione semplice, quasi banale, un pallone che scivola via come una saponetta, e l’OSA passa. Non è un gol: è una crepa. La SantoS reagisce subito, con la solita rimessa lunga di Capoferro che diventa un’arma, e Martino sfiora il pari. Ma è un lampo isolato, l’ultimo prima che la notte cali all’improvviso.
Dal 16’ al 19’ succede qualcosa che nessuno, davvero nessuno, avrebbe potuto immaginare. La squadra si spegne come se qualcuno avesse staccato la corrente. La concentrazione evapora, le gambe tremano, la mente si annebbia. Un’incertezza difensiva apre la porta al raddoppio, un tiro a giro allarga la ferita, un pallone non spazzato diventa il colpo che stordisce definitivamente. In tre minuti la partita scivola via come sabbia tra le dita. La panchina resta immobile, gli spettatori non trovano parole. In 149 partite, mai la SantoS era sprofondata così all’intervallo.
L’ILLUSIONE DELLA RIPRESA
La ripresa si apre con un’illusione di rinascita, quasi un inganno del destino: la solita rimessa laterale di Capoferro, marchio di fabbrica, diventa una mina vagante nell’area avversaria. Un rimbalzo sporco, un contatto goffo, la palla che rotola lenta, lentissima, come se volesse chiedere il permesso prima di oltrepassare la linea. È 1-4. Un filo di luce, un soffio di speranza, un attimo in cui tutto sembra ancora possibile.
Ma è solo un’illusione, appunto. Una fiammata che si spegne prima ancora di diventare fuoco. La SantoS prova a reagire, ma lo fa con la frenesia di chi cerca soluzioni individuali in una partita che richiederebbe invece cuore collettivo. Le idee si annebbiano, la lucidità scivola via, i palloni diventano pesanti, il campo sembra inclinato. L’OSA, al contrario, resta feroce, compatta, spietata: una squadra che sente l’odore del sangue e non molla un centimetro.
LA TEMPESTA PERFETTA
Un disimpegno sbagliato apre la strada al 1-5, un’altra palla persa diventa il 1-6, e quando ormai la notte è scesa del tutto, una rimessa ospite e un’incertezza difensiva completano il 1-7. Nel mezzo, qualche lampo d’orgoglio: Viktor che sfiora il palo, Puccio che costringe il portiere all’angolo, ancora Viktor che svetta sul secondo palo. Piccoli bagliori in una serata che ha deciso di non concedere nulla. L’OSA chiude addirittura in attacco, come a voler ricordare che la fame non conosce il suono del cronometro.
Il verdetto è pesante, inequivocabile, quasi crudele: una SantoS irriconoscibile, con la testa altrove, lontana da sé stessa. L’OSA Calcio 1924, invece, gioca da squadra vera: concentrata, organizzata, cinica. Il risultato parla da solo: 1-7, la sconfitta più pesante nella storia giallorossa.
LA PARTE PIU’ DIFFICILE
Ed è qui che arriva la parte più difficile da scrivere, ma anche la più vera. Perché le vittorie sono comode: si infilano nelle cronache come vino nei calici, scendono morbide, non fanno domande. Le sconfitte no. Le sconfitte ti guardano dritte negli occhi, ti chiedono chi sei, ti costringono a scegliere se rialzarti o restare a terra. Questa SantoS, oggi, è caduta. Ma è nelle cadute che si forgiano le squadre che vogliono durare, quelle che non si accontentano di essere ricordate: vogliono essere riconosciute.
Il cammino nel Girone C si complica, la trasferta contro il POS Senago diventa un crocevia, un esame di identità più che di classifica. Servirà ritrovare fame, compattezza, spirito. Servirà allenarsi con la testa accesa, partire concentrati sin dal riscaldamento, non tralasciare nulla. Servirà ricordarsi chi si è stati per tornare a esserlo.
Perché la storia non la scrive chi non cade mai. La storia la scrive chi cade, si rialza, e riparte. E questa SantoS, lo sappiamo, non ha mai avuto paura di ripartire.