PRIMAVERILE 2026

IL DERBY DEI RIGORI TERMINA 1-1

CAMBIO CAMPO

La SantoS, in formato ridotto e un po’ rammendato, si presenta al “Derby del Ponte” con un elenco di assenze che farebbe tremare anche un reparto di ortopedia: infortuni veri, forfait annunciati e un paio di defezioni dal tempismo quantomeno… curioso. Diciamo che alcune “indisponibilità” sembrano essersi materializzate proprio nelle stesse ore in cui la città si tingeva di festeggiamenti particolarmente rumorosi. Coincidenze, certo. Ufficialmente.

Come se non bastasse, cambia anche il palcoscenico: il Crescenzago è stato requisito per un torneo e così la squadra deve migrare di qualche isolato, trovando rifugio nel rettangolo verde del S. Crisostomo. Un cambio di scena improvviso, accettato però con la solita filosofia da trasferta breve: borsa in spalla, testa alta e via, come se fosse tutto normale.

ARIA DI DERBY

I ragazzi della SantoS arrivano alla spicciolata, uno alla volta, come gocce prima della pioggia. Tra i primi a comparire ci sono i mister e il capitano, fianco a fianco, quasi in formazione: un lieve dettaglio , quasi casuale, ma che basta da solo a dare il tono della giornata: compattezza. Poi, lentamente, il resto della truppa. Qualcuno entra in silenzio, qualcuno saluta al volo, qualcuno si trascina ancora con l’aria di chi ha lasciato il mondo fuori dal cancello del campo. Gli spogliatoi, inizialmente avvolti da un brusio timido, si riempiono a poco a poco: prima le voci basse, poi le battute, infine quel rumore pieno, riconoscibile, che annuncia l’avvicinarsi della partita.

Il clima cambia in pochi minuti. Da ritrovo tranquillo diventa pre‑gara, con quell’energia sospesa che precede le sfide vere. E questa, inutile girarci intorno, lo è: il Derby del Ponte non è un semplice appuntamento di fine stagione, ma una questione di identità, di orgoglio, di memoria collettiva. Una di quelle partite che restano appese per mesi alle chiacchiere di quartiere e ai commenti sussurrati al bar.

I precedenti non aiutano a distendere l’atmosfera. Gli ospiti arrivano con il vento in poppa grazie al successo nel campionato invernale e a quel pareggio — il famigerato 1-1 del ritorno — che ancora oggi fa discutere come una moviola infinita. Un risultato strappato nel catino ribollente di Lambrate, in un clima tutto fuorché sereno e sportivo, e che continua a bruciare come una scintilla rimasta sotto la cenere. È per questo che l’attesa si carica di elettricità. Nessuno si aspetta una partita leggera: sarà una gara fisica, cattiva, grintosa, forse anche oltre il lecito. Un derby vero, di quelli che non si giocano: si combattono.

LA FORMAZIONE TITOLARE

Prima di tutto, le assenze. La più evidente è quella di “Talk ShowRiva, fermo ai box per infortunio, presente ma non entrato in campo nell’ultimo match. Una perdita che si sente, certo, perché uno con la sua personalità e il suo modo di tenere insieme il reparto fa sempre comodo. Ma la squadra ha già avuto modo di adattarsi, e il suo forfait non diventa né un dramma né un alibi: semplicemente, un tassello in meno da incastrare. Più sfumata — e forse più chiacchierata — la situazione del “ProfetaBaldax. Ufficialmente non disponibile, ufficiosamente al centro di racconti che parlano di impegni improvvisi, richiami interiori e, secondo qualcuno, persino di una certa festa nerazzurra che avrebbe attirato più di un curioso. Ma sono solo voci, niente di confermato. Quel che conta è che in mezzo al campo manca un riferimento, e mister Andrea deve ricalibrare tutto.

La difesa ha un cuore saldo: al centro ci sono “RinghioConti e il “ProfessoreCatapano, tornato disponibile dopo un weekend di ricarica mentale che sembra avergli rimesso ordine e idee. Sulle fasce, a destra si muove “Radio di JayRiva, mentre a sinistra tocca a “TrilliCasiraghi, sacrificato nel ruolo ma sempre affidabile. Davanti alla linea difensiva, il centrocampo si costruisce attorno alla grinta di “GladiatorinoZuccarello e alla fisicità di “MukiAndris, con le fasce affidate alle accelerazioni di “Piede di LuppoloMoretti, sostenuto da tifosi d’eccezione in tribuna, e alla creatività del “GhirlandaioGittardi. In avanti, la coppia scelta per aprire la difesa avversaria è composta dal “Cigno di LambrateProsperi, elegante come un dieci d’altri tempi, e da “SentenzaLazzeretti, che quando decide di calciare non lascia spazio a interpretazioni.

“SENTENZA” GIALLOROSSA

L’avvio è una danza tesa, un equilibrio sottile, quasi rituale. Le due squadre si studiano, si sfiorano, provano a costruire qualcosa che somigli a un’occasione, ma ogni tentativo si dissolve come fumo nel vento. In mezzo al campo si alza il volume dell’agonismo, rimbalza qualche scintilla di nervosismo, e il direttore di gara — per ora — sembra tenere il timone con mano ferma, come un capitano che conosce bene le correnti del Derby.

Poi arriva il minuto 8 ed è lì che il primo lampo giallorosso squarcia il cielo azzurro. Il “Cigno di Lambrate” vede uno spiraglio che non esiste per i comuni mortali: lo vede lui, perché ha il radar, l’istinto, la geometria nelle vene. Il pallone parte morbido, calibrato, chirurgico, e finisce sui piedi di “Sentenza”. Lazzeretti prova a controllare: il gesto non è elegante, anzi, è quasi un inciampo con stile, ma riesce comunque a liberare il tiro. La palla sfila sul fondo, lenta, quasi timida, eppure la tribuna applaude perché ha capito: la SantoS è entrata in partita con la fame giusta.

E infatti, due minuti dopo, il destino torna a bussare al minuto 10. Lazzeretti pressa come un forsennato, ruba un pallone che scotta e si lancia verso la porta. Uno come lui può sbagliare una volta, certo, ma non due. O almeno così sussurra la panchina trattenendo comunque il fiato. Ma, stavolta, “Sentenza” non lascia spazio ai dubbi: apre il piattone, sceglie l’angolino basso, e il pallone scivola via come un giuramento. La rete si gonfia, vibra, canta. 1-0 SantoS e il S.Crisostomo esplode in un boato. Il “Derby del Ponte” è vivo, acceso, infuocato.

BRIVIDI PER LA SANTOS

Il gol subito sembra scuotere gli ospiti, che fino a quel momento avevano incassato senza reagire. Al 13° arriva infatti il primo vero sussulto del Lambrate: un’incursione rapida, improvvisa, che li porta faccia a faccia con “Captain SantoSPiubelli, tornato tra i pali dopo l’assenza della scorsa settimana. La prima conclusione viene respinta con sicurezza dal numero uno giallorosso, ma il pallone rimane lì, velenoso, a pochi passi dalla porta. L’attaccante ospite si avventa come un falco, colpisce con tutta la forza che ha ma la precisione è un’altra storia. La palla decolla, si impenna, prende la via della stratosfera e diventa immediatamente oggetto di analisi per la “Pantera Friuliana” Wenzlich, che certe traiettorie le cataloga come fossero meteoriti. In campo, invece, si libera un sospiro di sollievo che pare un applauso trattenuto.

Passano appena tre minuti e il Lambrate torna a bussare, stavolta approfittando di un errore in disimpegno di “RinghioConti. Tutto nasce da un dettaglio minuscolo. “RinghioConti controlla il pallone per appoggiarlo a “Captain SantoSPiubelli ma il tocco gli scappa quel tanto che basta per aprire una crepa. E in quella crepa si infila l’attaccante del Lambrate, rapido come un ladro di notte: gli porta via il pallone sulla trequarti e si lancia verso la porta, mentre il S.Crisostomo trattiene il fiato. Davanti a lui c’è solo Piubelli, immobile sulla linea, lo sguardo da guardiano che non arretra. L’attaccante avanza, sente che l’occasione è enorme, quasi troppo grande per lasciarsela sfuggire. Si prende un istante, calibra il tiro, prepara il colpo che dovrebbe rimettere tutto in equilibrio, ma il destino decide diversamente: la conclusione parte debole, incerta, e scivola fuori, rasoterra, a lato di un soffio. Un’occasione gigantesca che si dissolve nel nulla. Un sospiro di sollievo che attraversa la tribuna come un’onda. Il Derby, per ora, resta nelle mani della SantoS.

OCCASIONI SFUMATE

La SantoS, dopo qualche distrazione di troppo, torna a farsi vedere dalle parti dell’area del Lambrate al minuto 19. A suonare la carica è il solito “Cigno di LambrateProsperi, che decide di accendersi come solo lui sa fare: prende palla sulla destra, allunga la falcata e si lancia in corsia con la stessa eleganza di un Frecciarossa che non conosce ritardi. Arrivato quasi sul fondo, disegna un cross basso che è un piccolo quadro d’autore, roba da museo del calcio e in mezzo all’area, chi può arrivarci se non lui? Il numero 11, “SentenzaLazzeretti, l’uomo che trasforma palloni vaganti in verdetti definitivi. La panchina scatta in piedi come un tempio che si solleva all’unisono: quando il pallone arriva a “SentenzaLazzeretti, è come se gli dèi del calcio sospendessero il loro giudizio, trattenendo il respiro in attesa del verdetto dell’Eroe. Ma oggi, quegli stessi dèi, capricciosi come sempre, decidono di voltarsi dall’altra parte: la conclusione, di solito implacabile, si spegne addosso al portiere del Lambrate, come se una mano divina avesse deviato il destino.

Al minuto 27, però, si intuisce che la sua scia luminosa sta iniziando ad affievolirsi: dopo aver aperto il match, “Sentenza” vive un passaggio d’ombra che cambia il ritmo della sua partita. La SantoS costruisce bene, la palla arriva all’artista, il “GhirlandaioGittardi, che — evento raro — decide di calciare in porta con convinzione. Il tiro sembra destinato a creare seri problemi all’estremo difensore ospite, una di quelle conclusioni che fanno trattenere il fiato. Ma sulla traiettoria, all’improvviso, si erge un ostacolo imprevisto: qualcuno parla di un difensore, altri giurano di aver visto la sagoma di “SentenzaLazzeretti, trasformato per un istante in un baluardo umano. Lui, per inciso, respinge ogni accusa con la solennità di un giuramento in tribunale: «Impossibile che sia stato io». E noi, va detto, gli crediamo Chissà, forse ha ragione o forse il destino del Derby aveva semplicemente deciso di metterci un crudele zampino.

Il primo tempo si chiude con un ultimo lampo, ancora del “Cigno di Lambrate“. Il bomberone Prosperi prova la giocata delle grandi occasioni: una girata volante che, secondo la leggenda, avrebbe ispirato persino il calcio rotante del compianto Chuck Norris. Il gesto tecnico strappa applausi, la palla invece sorvola la traversa. E così si va negli spogliatoi: 1-0 SantoS, padroni di casa avanti, ma con la sensazione che la partita sia tutt’altro che chiusa.

LA GIOCATA DELLO SCUGNIZZO

Al rientro dagli spogliatoi, pochi fortunati assistono alla scena più surreale del pomeriggio. In un tentativo che potremmo definire fantasioso, con un vago richiamo a certe emulazioni da calcio anni Duemila, lo “Scugnizzo brianzolo” prova la giocata dell’anno: chiudere l’arbitro nello spogliatoio. Un gesto audace, teatrale, quasi epico.

Peccato che il “blitz” colpisca il bersaglio sbagliato: a rimanere barricato dentro non è il direttore di gara, ma “Radio di JayRiva, trasformato per qualche secondo in un ostaggio inconsapevole. Risate, sorpresa, un attimo di caos. Poi arriva la verità, quella che non toglie nulla al personaggio, anzi: lo “Scugnizzo BrianzoloScudieri, uomo‑spogliatoio giallorosso per eccellenza, ha semplicemente chiuso la porta senza controllare che fosse davvero vuoto. Niente complotti, niente manovre oscure, solo una porta tirata con troppa fiducia.

Ma, diciamolo con onestà: volevamo dare risalto allo “Scugnizzo Brianzolo“, che in campo non può esaltarsi come vorrebbe e allora lo fa da fuori, con una bandierina in mano o brandendo la bomboletta del ghiaccio spray come fosse un cimelio da battaglia.
Un piccolo spazio tutto per lui, un gesto epico costruito con affetto, perché certi protagonisti brillano anche — e soprattutto — nei dettagli.

TEMPO DI RIPRESA

L’avvio di ripresa ricalca il primo tempo: equilibrio, studio, qualche scintilla. Lambrate ci prova al 3’, ma il tiro è debole e finisce tra le mani sicure di “Captain SantoS“. La SantoS risponde subito: un retropassaggio mal gestito dal portiere ospite regala un’occasione d’oro a “BeboteSamele, appena entrato al posto di “Sentenza”. Pressa, ruba, si avventa… ma un controllo di troppo permette all’estremo difensore di recuperare il pallone. Tutto da rifare.

Poi arriva il momento in cui dalla panchina si alza il cartello luminoso dei cambi e la tribuna capisce subito: tocca a “Piedi di luppolo” Moretti lasciare il campo. Lo spillatore di calcio, l’uomo che trasforma ogni pallone in una pinta d’autore, si avvia verso la linea laterale con quel passo da artigiano che sa di aver finito il turno.

Il pubblico mormora. Non protesta, non esplode: mormora, come quando al bar finisce la birra buona e resta solo quella industriale. Un velo di tristezza scende sul campo, quasi una nuvola che copre il sole. E in fondo è normale: metà dei tifosi è formata dal Padre, custode delle domeniche passate a spiegarti il fuorigioco con la pazienza di un vecchio saggio, e dalla Ragazza, dea della sopportazione calcistica. Il loro brusio non è contestazione: è un piccolo rito di famiglia, un modo affettuoso di accompagnare l’uscita del numero 9.

IL “TALISMANO”

Un’ombra cala, sì, ma è l’ombra che precede l’arrivo di un nuovo protagonista, il tipo di silenzio che gli dèi del pallone riservano ai momenti che contano davvero. Però non serve scomodare l’Olimpo: basta guardare a bordo campo. Lì c’è il 23 giallorosso, e quando la tribuna lo riconosce, il mugugno si dissolve in un attimo, come se qualcuno avesse riacceso la luce.

È lui. Il Talismano Antonino. Artista sopraffino del dribbling, esteta del Fútbol, l’uomo a cui nessuno scaldabagno ha mai saputo resistere. Il suo ingresso è una promessa. Un cambio di pressione atmosferica. Un lampo che attraversa il campo prima ancora che tocchi il pallone.

E quando Antonino mette piede in campo, la partita ritrova un filo di elettricità che scorre naturale, come se il gioco stesso avesse riconosciuto un nuovo ritmo, un nuovo padrone del tempo. Il destino, però, non concede ingressi morbidi. Il 23 entra e subito gli dèi del pallone gli presentano il conto: quattro minuti di pressione ospite, un piccolo rito iniziatico per misurare la tempra del nuovo protagonista.
La SantoS stringe, regge, soffre.

IL “GLADIATORE”

Al 12° minuto ecco il gesto atletico che esalta tifosi e panchina: “RinghioConti si lancia in una scivolata in area di rigore con la naturalezza di chi conosce il mestiere. Tempismo perfetto, stile incantevole: il suo marchio di fabbrica.
Un intervento che non salva solo l’azione, ma accende la squadra, come se quel tackle avesse risvegliato qualcosa di antico, un istinto primordiale che ribalta l’inerzia e rimette tutti in piedi. La lama di Thot cala sul campo, netta, definitiva: un gesto che non ammette appello. Conti è il guardiano della linea, il custode dell’ordine, l’uomo che rimette ogni cosa al suo posto.

Lambrate, comunque, continua a spingere, crea, insiste. La difesa giallorossa regge l’urto e, quando gli avversari trovano uno spiraglio o sfruttano una disattenzione, sono spesso loro stessi a complicarsi la vita. Minuto 25: palla in area, la punta stoppa, si gira e — in perfetto stile Gialappa’s — svirgola un tiro che sfida ogni logica biomeccanica. Il baricentro della SantoS si abbassa, la squadra soffre, ma resta in piedi: solida, compatta, e aiutata da qualche scelta tecnica ospite che definire “creativa” sarebbe un complimento.

Al 49° minuto dalla panchina arriva la chiamata del cambio. È il momento di Marasco, che entra in campo per prendere il posto di Marco Zuccarello. Per Zuccarello si chiude una gara intensa, giocata con la solita generosità in mezzo al campo. Una prestazione che gli vale un salto di grado: da “Gladiatorino” a Gladiatore, titolo conquistato pallone dopo pallone. Un cambio semplice, lineare. Un passaggio di consegne che non ha bisogno di effetti speciali: esce chi ha dato tutto, entra chi dovrà continuare il lavoro.

FINALE INDECOROSO

L’epilogo del match si consuma nei minuti di recupero, inaugurati da una chiamata matematica del direttore di gara che risveglia ricordi delle elementari: “4+3… 7”, ripetuto tre volte, come se il vero spettacolo fosse la sua abilità nel conteggio. Un arbitro che fino a metà ripresa sembrava avere la partita in pugno, salvo poi lasciarsela scivolare via: sarà il caldo, sarà la pressione, “sarà sarà sarà“, come canta Elisa.

Il minuto 31 è l’epilogo che riesce a trasformare il finale di gara in uno spettacolo indecoroso, per chi guarda e, soprattutto per chi gioca e suda la maglia. Prima arriva una punizione a due in area giallorossa, figlia di una decisione arbitrale quantomeno discutibile. “Captain SantoS” para ma non trattiene la sfera, si prende un attimo per respirare lasciando il pallone a terra in attesa del pressing e , appena la punta si avvicina, raccoglie la sfera con le mani: proteste immediate, e l’arbitro fischia. Il classico fischio a chiamata, visto e rivisto sui campi di provincia. “Che fastidio” [cit. Ditonellapiaga].

La prima decisione discutibile — per dirla in maniera gentile — è ormai stata presa, ma non è che l’inizio dell’assurdità: la fiera del ridicolo è appena stata inaugurata e il meglio deve ancora arrivare. La punizione si infrange sulla barriera e il pallone colpisce in pieno “Ringhio” Conti, che crolla a terra con le mani sul volto, dettaglio che si rivelerà fondamentale. L’azione però prosegue, e Lambrate non accenna minimamente a mettere fuori il pallone.

CHE SPORTIVITA’, CHE CORRETTEZZA 

Il “ProfessoreCatapano, da manuale del buon sportivo, rallenta e quasi si ferma, sperando che gli avversari mettano fuori il pallone.
Gli ospiti, però, scelgono la via più battuta del calcio moderno: quella in cui il fair play è un concetto da conferenza stampa, non da campo. Fiutano l’occasione, vedono un giallorosso a terra e decidono che sì, è proprio il momento ideale per dare una lezione di… opportunismo.
L’attaccante punta l’area e, appena percepisce il fiato di Catapano — costretto a reagire in qualche modo per chiudere la strada a mister “Premio Fairplay” — supera la linea dei sedici metri e tira fuori il suo numero preferito, già proposto in più repliche durante l’incontro: il celebre “Lamento volante”.

Per eseguire questo gesto atletico di raffinata complicatezza servono un tuffo da medaglia olimpica dal trampolino e un urlo da 90 DeciBel — o, per essere più precisi, 90 DeciBaldax. Una performance che richiede dedizione, studio e una certa vocazione drammatica, riservata ai pochi eletti diplomati allo IESA (Istituto Europeo della Simulazione Avanzata), dove la simulazione non è un sospetto: è proprio materia d’esame.

Un attimo dopo arriva il fischio del direttore di gara e, stavolta, è calcio di rigore per il Lambrate.
Il contatto è lapalissiano quanto un fallo commesso per telepatia: roba che nemmeno nei migliori sketch della Gialappa’s riusciresti a prendere sul serio.
Eppure l’arbitro fischia con la sicurezza di chi ha appena formulato una nuova legge della fisica… peccato che funzioni solo nel suo universo personale.

IL MANUALE DEL FISCHIETTO

«Se non si tocca la testa, io non fermo il gioco». Le parole del direttore di gara sono chiare. Lapalissiane. Dirette. Uomo a terra, ma si continua. E lo sport, in quel preciso istante, finisce lì. Lo scriveremmo allo stesso modo anche se a non fermarsi fosse stato un giallorosso, perché i valori della SantoS — quelli veri — stanno altrove, stanno più in alto.

Resta il fatto che la decisione è presa: il pallone viene posizionato sul dischetto e la conclusione, stilisticamente, è materiale da moviola pedagogica — tutto rivedibile, dalla rincorsa all’impatto.
Captain SantoS la tocca, quel tanto che basta per illudere, ma non per cambiare il destino dell’azione: il pallone accarezza beffardamente la rete e si infila dentro. E’ il gol del pareggio. Meritato o meno, vista la pressione degli ospiti, la modalità resta tutta da rivedere… e, come abbiamo detto, il karma è sarcastico, subdolo, meschino. E infatti tornerà a dire la sua.

La SantoS, pur sbigottita dall’ingenuità del fischietto d’oro di giornata, non molla. I giallorossi vogliono vincere il Derby che hanno comandato per tutto il tempo. E al 7° minuto di recupero arriva l’occasione: rimessa laterale in zona offensiva, il pallone spiove in area dove si libra elegantemente il “Cigno di Lambrate”. Il funambolo giallorosso sorprende il marcatore con una semirovesciata stilisticamente splendida, un gesto da copertina; ma il contatto non è pulito e la conclusione si spegne sul fondo.

FINALE INTENSO

I minuti conclusivi dell’incontro diventano un turbinio di emozioni, rammarichi e riflessioni che si intrecciano in un vortice difficile da sciogliere, e tutto si concentra al 9° minuto di recupero, cronometro alla mano. In un’azione in cui la SantoS riversa in area ogni residuo di energia, arriva un contatto nel cuore della difesa del Lambrate e l’arbitro fischia: altro calcio di rigore, stavolta per i giallorossi. Il pallone pesa, e “TrilliCasiraghi lo raccoglie da terra con la calma di chi sa che quel gesto può cambiare una stagione. Un respiro, uno sguardo alla posizione del portiere, poi la scelta: la conclusione è centrale e l’estremo difensore ospite, in qualche modo, la respinge, disinnescando quello che poteva essere il gol vittoria.

Il match si chiude così, con l’ennesima occasione sprecata di questo Primaverile e con il rammarico stampato sui volti dei ragazzi, dei mister e persino della tribuna, che accompagna l’ultimo fischio con un dispiacere che pesa quanto quel pallone sul dischetto.

MARIO NON AVER PAURA..

I minuti conclusivi dell’incontro diventano un turbinio di emozioni, rammarichi e riflessioni che si intrecciano in un vortice difficile da sciogliere, e tutto si concentra al 9° minuto di recupero, cronometro alla mano. In un’azione in cui la SantoS riversa in area ogni residuo di energia, arriva un contatto nel cuore della difesa del Lambrate e l’arbitro fischia: altro calcio di rigore, stavolta per i giallorossi. Il pallone pesa, e “TrilliCasiraghi lo raccoglie da terra con la calma di chi sa che quel gesto può cambiare una stagione. Un respiro, uno sguardo alla posizione del portiere, poi la scelta: la conclusione è centrale e l’estremo difensore ospite, in qualche modo, la respinge, disinnescando quello che poteva essere il gol vittoria.

[Mario] non aver paura / di tirare un calcio di rigore / non è mica da questi particolari / che si giudica un giocatore / un giocatore lo vedi dal coraggio / dall’altruismo e dalla fantasia”, così cantava Francesco De Gregori nel lontano 1982, eppure oggi quelle parole tornano a risuonare, leggere e potenti come allora.

Il match si chiude così, con l’ennesima occasione sprecata di questo Primaverile e con il rammarico stampato sui volti dei ragazzi, dei mister e persino della tribuna, che accompagna l’ultimo fischio con un dispiacere che pesa quanto quel pallone sul dischetto.

MENTALITA’ E FREDDEZZA

La parola “fine” sulla competizione era già scritta prima del calcio d’inizio, come un verdetto scolpito nella pietra: nessuna speranza di avanzare, solo l’orgoglio da difendere fino all’ultimo respiro. L’intenzione era quella di chiudere la stagione a testa alta, soprattutto con il Derby del Ponte di mezzo: una partita a sé, con un valore che va oltre la classifica. E la SantoS è scesa in campo proprio per questo: per onorare l’impegno, la maglia, il percorso.

Poi, con uno sguardo al recente passato, è impossibile non riconoscere che il livello delle squadre affrontate è stato all’altezza della SantoS: ogni partita lo ha gridato con forza. Occasioni gigantesche non sfruttate, gare che andavano chiuse senza esitazioni e che invece sono rimaste aperte, spalancate, pronte a trasformarsi in scenari come questo. Un copione già visto, scritto e riscritto, che ha accompagnato l’intera stagione come un’ombra testarda.

E, in quest’ultima occasione, il copione conferma il suo trend: il primo tempo poteva — e doveva — prendere una piega diversa. Troppe opportunità sotto porta non finalizzate, troppe possibilità di indirizzare le partite sprecate, fino ad arrivare ai minuti finali senza riuscire a gestirli come servirebbe.

Il vero cambio, per il prossimo anno, dovrà essere soprattutto nella mentalità, perché i ragazzi hanno dimostrato di essere all’altezza, se non superiori, a ogni avversario incontrato. Mentalità e appartenenza al progetto: perché ogni singolo allenamento ha un peso, un valore, un significato che va oltre il risultato della domenica. È lì che si costruisce la differenza, è lì che nasce la squadra che vuole crescere davvero.

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